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Prete ucciso, rabbia e dolore del popolo ‘degli ultimi’

Adolfo Ledo Nass
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COMO. – La giovane Khadija, bella e altera come molte donne del suo Paese, il Senegal, arriva in lacrime davanti alla chiesa indossando un vestito colorato, lungo e scollato. Poi, vedendo fotografi e telecamere, scappa via, per tornare dieci minuti dopo con un sobrio abito nero. “Sono andata a comprarlo in un negozietto qui vicino, mi sembrava irrispettoso come ero vestita prima – ammette – Don Roberto, mi ha aiutato tantissimo, ora ho un buon lavoro, altrimenti chissà che fine avrei fatto”.

Sui gradini c’è Erik, ghanese di 23 anni. Mostra una fasciatura sulle spalle. “Incidente sul lavoro e sono giorni che devo stare fermo – dice tristemente – Se non ci fosse stato don Roberto non avrei saputo come sopravvivere, ma oggi ho troppo dolore, non ho alcuna voglia di mangiare”.

Ma c’è anche Roby, cinquantenne comasco (‘chiamatemi Lupo solitario’), medaglioni, tatuaggi ma ben curato. “Ho conosciuto don Roberto nel 1995, ero in mezzo ad una strada, divorzio, lavoro fallito – racconta – mi ha aiutato allora e altre volte che ero allo sbando, finché non ho ripreso in mano la mia vita, eravamo rimasti amici”.

Il popolo degli ‘ultimi’, quelli a cui don Roberto Malgesini, 51 anni, aveva deciso di dedicare il suo sacerdozio non ha voluto allontanarsi per tutto il giorno da piazza San Rocco, dove il prete è stato ucciso a coltellate da un tunisino che poi si è costituito.

Una piccola area circoscritta semicentrale sopra il livello di strada, da una parte l’omonima parrocchia, dall’altra via Milano, la lunga strada multietnica (da anni negozi italiani non ce ne sono quasi più) che arriva fino al centro storico di Como. Qualche albero, sotto uno dei quali si sono accumulati mazzi di fiori e lumini. Il lungolago, con le ville, gli alberghi a 5 stelle, le passeggiate, la Como dei turisti insomma, è a 1700 metri.

Tanto dolore ma anche rabbia, con accuse reciproche, con qualche momento di tensione che ha richiesto l’intervento della polizia, nella veglia improvvisata, alla quale non sono voluti mancare i parrocchiani, divisi tra la solidarietà verso chi ha bisogno e il fastidio per i disagi provocati dalla loro presenza. C’è chi ricorda che dalle istituzioni don Roberto non ha mai ricevuto aiuti, anzi. Gli fecero pure togliere, dicono, i bagni chimici, sistemati lì vicino, panchine e una fontanella.

Poteva però contare su tanti volontari come Marco Luciano, 24 anni che anche oggi si era presentato per dare una mano. “Ogni sera con don Roberto e la sua auto si faceva il giro di panetterie, pasticcerie, negozi di alimentari, ristoranti per prendere tutto il cibo avanzato – racconta – E il giorno dopo si dava a chi ne aveva bisogno”.

Terminata la distribuzione davanti alla chiesa cominciava il giro a domicilio o sui marciapiedi. Difficile quantificare quanti ne aiutasse. Era un passaparola: lui sapeva trovare chi aveva bisogno e chi aveva bisogno trovava lui. La sua Panda è rimasta per ore stamattina in retromarcia fuori dal cortile da cui stava uscendo, quando è arrivato l’aggressore. Stracarica di borse termiche, thermos, pacchetti di brioche, panini.

Probabilmente l’uomo voleva soldi, “Ma soldi don Roberto non ne dava – ha raccontato Gabriel Nastase, badante romeno 36 anni, dopo un pianto disperato nella chiesa – Lui mi ha aiutato tantissimo ora sto bene con tutta la mia famiglia ma i primi tempi me lo diceva sempre ‘Gabriel che aiuto vuoi?, medicine, vestiti, ti accompagno in ospedale? per questo ci sarò sempre, ma soldi no”.